L’anno che se ne va si porta via un pezzo della nostra storia e del nostro cuore. Mirko Tremaglia era per noi un uomo simbolo, di battaglie, di coraggio, di italianità, di coerenza fino alla fine.
Orgogliosamente bersagliere, ha percorso di corsa il Novecento: da volontario nella RSI di Mussolini a Ministro per gli Italiani nel mondo della Repubblica Italiana all’inizio del nuovo millennio, passando per un impegno parlamentare lungo undici legislature dal MSI ad An a Fli.
Una vita dedicata orgogliosamente ad una fede e a un grande amore: l’Italia e gli italiani, soprattutto gli emigranti, quelli che – diceva- “amano di più la Patria perchè sono lontani dalla loro grande Madre”.
Di lui stesso diceva “sono un uomo antico” . E forse lo era, nelle sue incrollabili certezze, nella concezione di un mondo tutto bianco o tutto nero, nella continua ricerca di nuove e cavalleresche battaglie, nell’ancoraggio a simboli e bandiere, antiche ma sempre nuove, “sempiterne” come diceva quel Giorgio Almirante che ha sempre considerato la sua guida.
Almirante gli scrisse un giorno “e’ bello sentirsi italiani accanto a te”, e quella pagina Mirko l’ha sempre conservata come la sua cosa più bella. La sua creatura, nata ai tempi del Movimento Sociale Italiano, sono stati i Comitati Tricolori per gli Italiani nel mondo: di quell’Italia amava la dolcezza della nostalgia, delle storie di casa, delle canzoni, della lingua e dei dialetti che risuonano, italiani, dagli Stati Uniti all’Australia, dal Sudafrica al Canada. Burbero e buono, era come un personaggio di De Amicis. Sacramentava e sbuffava come un mantice e poi ti abbracciava, sorrideva, si commuoveva e piangeva come un bambino. E aveva sempre in fondo la morale buona d’ogni storia. Lui voleva lo si ricordasse per aver cambiato due volte la Costituzione ed avere affermato e reso effettivo il diritto di voto per gli italiani all’estero. E non solo. Mirko oggi diceva che dobbiamo trattare quelli che arrivano come avremmo voluto fosse trattati i nostri padri o nonni quando andavano in America da emigranti.
Ma ognuno di noi sa che c’è tanto, tanto di più. Il coraggio degli anni più duri, la battaglia anticomunista, lo schiaffo a un governante codardo, il pugno sul tavolo al Cremlino di fronte al PCUS di allora, la battaglia per l’ordine, la legge, l’impegno contro la vecchia e le nuove P2. Ma c’è soprattutto un’umanità unica. Quando fu nominato Ministro giurò puntando l’indice verso il cielo, e dedicò quel giuramento al suo angelo, Marzio. Quel figlio perduto troppo giovane che ora lo riabbraccia sulle strade del cielo. E chissà quante cose si dovranno raccontare…
Roberto Menia





